Noi chiropratici ci occupiamo dell’equilibrio delle persone. Ed intendiamo questo come equilibrio nella sua interezza: ai livelli fisico, biochimico, ed emotivo; ed è ripristinando tale equilibrio che si giunge a conseguire uno stato di salute pieno, con la libertà che ne deriva. Proprio poichè ci occupiamo di equilibrio una domanda che ci viene spesso posta è: plantari sì o plantari no?

Non si possono che discutere qui concetti fondamentali, giacchè ogni persona è un individuo con caratteristiche uniche ed il suo caso va valutato singolarmente, come avviene con il protocollo del metodo Sanrocco. Esprimeremo pertanto i principi di base da cui partire per affrontare la questione.

Sono molte le persone che soffrono di disturbi ai piedi, alle ginocchia, alla schiena, nonchè di posture scorrette, e spesso la soluzione ai loro problemi viene individuata nella prescrizione di una soletta plantare.

Secondo le nostre osservazioni pluridecennali, corroborate da un crescente corpus di evidenza scientifica, nella maggior parte dei casi l’uso di plantari a lungo termine non è indicato.

 

Questo perchè è sempre doveroso esaminare ogni persona interamente, da capo a piedi, ed in ogni sua componente. E’ piuttosto facile valutare un paziente su una pedana podometrica, riscontrare un appoggio scorretto dei piedi, ed indicare in un supporto plantare la soluzione.

Il limite di questo approccio è che si è guardato ai piedi soltanto, e non a tutto ciò che è a loro collegato. Se siamo in presenza di una torsione pelvica o della colonna cervicale, dovute ad una sublussazione vertebrale, questo modificherà giocoforza l’equilibrio dell’edificio umano, e con esso quello delle sue fondamenta, i piedi. Lo stesso può avvenire in presenza di una malocclusione dentale, di uno squilibrio dovuto all’alimentazione o ad uno stato emotivo.

In questi casi correggere l’appoggio con un plantare è controproducente: la postura può essere artificialmente migliorata e perfino il sintomo può essere alleviato, ma in realtà il problema è stato spostato altrove. Questo è chiaramente più dannoso che utile.

La deambulazione umana è complessa: impieghiamo circa un anno per imparare a camminare, prima strisciando, poi gattonando, ed infine eretti. Questo perchè si devono formare, nel cervello, le connessioni che controllano i movimenti armonici e coordinati necessari per camminare: quando l’anca destra si flette in avanti, così fa la spalla sinistra, facendo perno sulla colonna, in una sequenza ben precisa che coinvolge muscoli ed articolazioni dall’alluce alla mandibola.

Se uno degli anelli di questa catena non funziona, ne risentirà tutta la catena. Il piede non è che il primo anello di tale meccanismo. Perciò prima di decidere di modificarne il movimento artificialmente inserendo un agente esterno, è d’obbligo considerare ogni anello nella sua relazione causa- effetto con gli altri. Solo quando il piede è l’anello debole è causa del problema, e quando, in casi limite, non può più riprendere a funzionare naturalmente, abbisogna allora di un ausilio esterno – appunto, il plantare.

Perciò la risposta al quesito è nella maggior parte dei casi, e comunque sempre sopo una valutazione comprensiva della persona e non solo di due sue parti.

Quando dunque possiamo dire plantari sì? Possono essere certamente indicati quando vi sono disfunzioni o anomalie del piede ormai irrecuperabili, come deformità dovute ad artrosi, fratture, patologie metaboliche o congenite: in questi casi i plantari possono essere un importantissimo aiuto, utile per ripristinare quell’equilibrio che andiamo cercando.

I supoorti plantari possono quindi essere un valido alleato od un cavallo di Troia. La chiave è operare in modo approfondito rispettando la perfezione che la natura ha espresso nel nostro corpo e valutarne il possibile beneficio, il che è la base del metodo Sanrocco e della filosofia chiropratica.

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